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Il Giorno della Memoria, che si celebra ogni anno il 27 gennaio, è stato istituito “al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Così recita la legge italiana risalente al 2000.

Una storia, dunque, che tocca molto da vicino il popolo italiano. Se è vero, infatti, che molti testimoni diretti di quegli avvenimenti oggi non ci sono più, ci sono però ancora tanti dei loro “eredi” (figli e nipoti ad esempio). Forse per questo oggi diventa ancora più importante celebrare questa ricorrenza.

Personalmente sono molto legato al Giorno della Memoria, in quanto appunto nipote di un reduce dai lager nazisti. Mio nonno, carabiniere poco più che ventenne, dopo aver combattuto due anni sul fronte greco-albanese, l’8 settembre del 1943 venne caricato su un “carro bestiame” e deportato dai nazisti in un lager in Germania, e fu costretto per i successivi due anni, attraverso il lavoro coatto e un cibo ai limiti della sussistenza, a servire l’industria bellica tedesca.

Alcuni anni fa trascorsi qualche giorno di vacanza a Monaco di Baviera, ed ebbi l’occasione di visitare l’ex campo di concentramento di Dachau. È un’esperienza che consiglio a tutti, soprattutto alle scuole e ai giovani, proprio in relazione al tema della “memoria”: un conto è sentire delle spiegazioni o leggere le cose sui libri, un altro è vedere con i propri occhi, toccare con mano cosa ha significato il progetto di cancellazione della dignità di molti uomini, e soprattutto di un popolo innocente come quello ebraico.

Capitai a Dachau in dicembre e trovai, oltre alla neve, un freddo che penetrava nelle ossa di chi, come me, aveva diversi strati sopra la propria pelle. Ricordo bene che non riuscivo a stare più di qualche minuto con le mani fuori dai guanti (per fare qualche foto) perché si ghiacciavano. Mi sono venuti subito in mente quei poveri deportati che non avevano certo maglioni, giacche, guanti e sciarpe, e ho anche ricordato con grande impressione quando mio nonno mi parlava dei “lunghi e rigidi inverni tedeschi” che era stato costretto a subire durante la sua prigionia.

Per questo, sento un grande compito nei confronti dei miei figli e dei giovani che incontro. La memoria infatti deve avere sempre un nesso con il presente, perché è alimentata dall’incontro con fatti e persone che in qualche modo toccano la pelle di ciascuno, così come sono stato toccato io dai racconti di mio nonno, altrimenti rimane un esercizio astratto e inutile.

Dunque, perché è importante celebrare il Giorno della Memoria? A cosa serve fare memoria di quei fatti? E a cosa serve farlo oggi?

Nei miei studi storici mi sono occupato anche di memoria storica. Essa è determinante per la costruzione dell’identità di un popolo, tanto che porta con sé anche il rischio della strumentalizzazione politica di quanti vorrebbero affermare le proprie posizioni. L’Italia purtroppo è terra di memorie divisive e talvolta contrapposte, tuttavia il Giorno della Memoria fa eccezione, almeno in parte.

Spesso si dice che è importante “non dimenticare”, per far sì che certi errori non si ripetano. Ciò è molto giusto, e parte dal presupposto che certi errori effettivamente si possano ripetere. Di fronte all’orrore perpetrato dai nazisti, comprensibilmente possiamo pensare (e forse urlare), come recita un brano del cantautore Claudio Chieffo, “Non è possibile essere come loro”!

Eppure, questa stessa canzone prosegue affermando che: “Nel mondo nuovo che ora abbiamo creato c’è la miseria, c’è l’odio ed il peccato”. Dunque, la memoria, soprattutto dei fatti più dolorosi come la Shoah, è davvero utile se porta con sé la consapevolezza che “non è morto il male nel mondo e noi tutti lo possiamo fare”.

Il male, che ci auguriamo tutti non ritorni mai più sotto quelle forme, non è stato tuttavia sconfitto con l’apertura dei cancelli di Auschwitz 76 anni fa. Il Giorno della Memoria ci restituisce questa consapevolezza, ma non basta, perché tutto ciò a lungo andare può diventare un esercizio che appesantisce e non incide nella vita di tutti i giorni. Perché la memoria deve essere necessariamente legata ad un’altra parola che in questi tempi difficili abbiamo forse perso di vista: la speranza.

È importantissimo celebrare il Giorno della Memoria in questo contesto di pandemia. Proprio recentemente il Time ha sbattuto in prima pagina il 2020 appena terminato, con una croce rossa sopra, definendolo “The worst year ever” (l’anno peggiore di sempre).

Sembra contraddittorio: vorremmo lasciarci il prima possibile dietro le spalle questo momento storico così duro, a causa della pandemia e delle conseguenze che porta, cercando di cancellare tutte le difficoltà. Dunque, perché ricordare la tragedia dei campi di sterminio nazisti?

Lo scrittore Giovannino Guareschi, anche lui Internato Militare prigioniero di Hitler, nel 1963, dopo che l’Italia aveva costruito il miracolo economico, scriveva:

“Com’era bella l’Italia pezzente del 1945! Ritornavamo dalla lunga fame dei Lager e trovammo l’Italia ridotta a mucchi di macerie. Ma, fra i mucchi di calcinacci, sotto i quali marcivano le ossa dei nostri morti innocenti, palpitava il vento fresco e pulito della speranza”.

La storia dei lager nazisti è una storia di tristezza e chiunque sia entrato in uno di questi luoghi se ne rende conto in maniera evidente. Tanti racconti e testimonianze ci riportano la disperazione di chi l’ha vissuto.

Ma ci sono anche storie di grande umanità. Come quella di mio nonno, e di tanti altri come lui. Mi rimarrà sempre in mente la frase con cui descriveva l’esperienza nel lager: “sofferenze morali e materiali inenarrabili”, non si potevano trovare parole sufficienti per descriverla.

Mio nonno, prima di partire per la guerra, si affidò alla Madonna di Pompei, e Le fu sempre grato per averlo fatto tornare vivo da quell’orrore. Vivo, pesava 39 chili, ma vivo. E soprattutto, i nazisti potevano averlo massacrato di botte, ridotto a soffrire la fame e il freddo, costretto a lavorare in condizioni disumane, ma non gli avevano portato via la dignità, così come la voglia di vivere e di costruire la propria vita.

Questa è la generazione che, passata attraverso le tenebre, ha conservato la speranza e ha saputo ricostruire il nostro Paese che, facciamone memoria (appunto), nel 1945 era devastato e aveva conosciuto la guerra civile, i bombardamenti, la fame, il crollo delle istituzioni.

È importante celebrare il Giorno della Memoria proprio per renderci conto che il male, da qualunque parte provenga (da un’altra persona, da un’ideologia o da un virus) non definisce l’uomo, e che proprio le persone che avevano assistito a una delle peggiori tragedie della storia dell’umanità sono state capaci di ripartire e di costruire decenni di pace e benessere di cui in parte ancora oggi godiamo. Senza dimenticare l’orrore vissuto.