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In occasione del recente 130° anniversario della nascita di Antonio Gramsci (22 gennaio 1981 – 27 aprile 1937)

Se il ruolo dell’intellettuale è aprire varchi e immaginare mondi, Antonio Gramsci lo ha rappresentato a pieno. La sua mente lucida e brillante ha saputo sempre andare oltre, intuendo l’esistenza di orizzonti fino ad allora neppure immaginati. È per questo che egli ha saputo non solo plasmare la realtà del suo tempo – la fondazione del PCd’I, qualunque sia il giudizio politico che se ne abbia, ha impresso connotati indelebili al Novecento – ma ha anche toccato dei vertici assoluti nell’analisi storica e politica del nostro Paese nonché dell’essere “uomo” in quanto tale.
Sul primo aspetto moltissimi esempi potrebbero essere fatti (anche in considerazione della vastissima produzione che ci ha lasciato) ma forse il più longevo e attuale è senza dubbio il concetto di egemonia culturale da lui elaborato nei “Quaderni”. Senza di esso è impossibile anche solo accostarsi alla complessa storia del secondo Novecento italiano. Cosa fu l’egemonia gramsciana?
Secondo il padre del Pci, il potere è sempre basato sulla presenza contemporanea di forza e consenso: se prevale l’elemento della forza si ha il dominio, se prevale il consenso si ha l’egemonia. L’egemonia, allora, è da intendere come un’espressione di potere basata essenzialmente sul consenso, ossia sulla capacità di guadagnare, tramite la persuasione, l’adesione di altre classi sociali ad un determinato progetto politico e culturale. Essa non mira soltanto alla formazione di una volontà collettiva, capace di creare un nuovo apparato statale e di trasformare la società, ma anche all’elaborazione (e quindi alla diffusione e alla attuazione) di una nuova concezione del mondo.
“Egemone” è quella classe che costituisce un dominio culturale in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista, fino a giungere alla creazione di un complesso sistema di controllo. In quest’ottica, il consenso all’ideologia dei gruppi dominanti viene mantenuto grazie al ruolo che svolgono gli intellettuali nella società civile. Secondo Gramsci vanno distinti gli intellettuali organici da quelli tradizionali. I primi appartengono a una determinata classe sociale della quale attività sono portavoce e consapevolmente ne rappresentano in campo culturale gli interessi, diffondendo la cultura relativa al loro fare concreto. I secondi, invece, sono coloro che formano un ceto a sé stante; questi influiscono sul clima generale di tutta la società, e per questo motivo la loro conquista ideologica è di fondamentale importanza per ogni gruppo sociale emergente che voglia imporsi come dominante.
Questa rivoluzionaria idea gramsciana fu ripresa da Togliatti nel secondo dopoguerra, quando ormai in Italia nessuna rivoluzione armata era più neppure pensabile, ed è alla base della pervasiva presenza dell’ideologia comunista nei principali gangli della cultura nazionale. L’attualità ha superato i contenuti ideologici di questa visione, ma la dinamica egemonica del potere analizzata da Gramsci rimane ancora oggi una lente validissima attraverso cui leggere il presente.
Ma Gramsci toccò anche vertici di umanità che solo chi ha vissuto a fondo la vita può immaginare esistano. Malato nel corpo, provato nella mente, prigioniero nelle carceri fasciste, tradito e abbandonato dal suo partito, lontano dagli affetti più cari, gli unici canali di rapporto col mondo negli ultimi anni della sua esistenza furono la mamma, la moglie Giulia e, soprattutto, la cognata Tatiana (sorella della moglie, con la quale Gramsci pare abbia avuto una relazione molto intensa). In una lettera alla mamma del 10 maggio 1928 – poco prima della sua condanna a venti anni di reclusione – vi è tutta la grandezza dell’uomo, la coscienza della sua “missione”, la sua visione del mondo:

Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi.
Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione.
Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso.

Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.

La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.

Ti abbraccio teneramente.

Nino

Un uomo roso dall’ansia della ricerca. Eppure prigioniero. E non solo delle carceri fasciste: Gramsci soffrì anche una prigione invisibile, liberamente scelta, in cui lui stesso si chiuse per essere coerente con la sua visione del mondo. Quella prigione che impone alla realtà di adeguarsi all’Idea e accetta per questo la violenza – anche verso se stessi – come parte integrante del gioco.