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Iniziamo oggi con il primo contributo di una serie dedicata alla recente riforma della valutazione nella scuola primaria.

Eccoci qui, maestre e maestri, pensavamo che fossero bastate la pandemia, la DAD improvvisata, la reperibilità h24 che neanche un cardio-chirurgo, la correzione dei compiti spediti via mail, su classroom, ma anche con whatsapp, la valutazione alla fine dell’anno scorso che abbiamo dovuto fare su compiti, interrogazioni e verifiche fatte a distanza (avremo valutato i nostri studenti o i loro genitori?)…

Pensavamo che sarebbe bastato rientrare a scuola con le mascherine, col gel per le mani, con le finestre aperte per far circolare l’aria e congelare i virus e i bambini, con il distanziamento e l’impossibilità di fare lavori di gruppo, di scambiarsi materiale, di condividere la scuola e la vita, di fare uscite didattiche…

Pensavamo che sarebbe bastato – accanto all’analisi grammaticale, alle frazioni e al sistema solare – insegnare il significato di parole come epidemia, assembramento, restrizioni, incubazione…

E invece evidentemente non bastava.

Così, maestre e maestri, anno nuovo, sfida nuova, tanto per non distrarci un attimo, tanto per non rilassarci… (che tanto noi lavoriamo mezza giornata e poi abbiamo tre mesi di vacanza in estate, per riprenderci):

la scuola primaria cambia modalità di valutazione.

Già per il primo quadrimestre, tra quindici giorni, le pagelle non riporteranno più i voti in decimi. Niente più numeri.

Abbasso i voti.

Viva i giudizi.

Cerchiamo di capirci qualcosa:

Non più un unico voto per ciascuna materia, ma indicatori del livello di competenza raggiunto rispetto a una serie di obiettivi (un indicatore per ciascun obiettivo).

A una prima occhiata si dovrebbe gioire, perché mettere un voto, affibbiare un numero a un bambino, non è la cosa che più amiamo fare, diciamo la verità! Ridurre a un numero compreso tra 6 e 10 la complessità della creatura che abbiamo davanti agli occhi per 4 ore al giorno, tutti i giorni, per 5 anni è frustrante e limitativo.

Arrivano che non sanno nemmeno tenere una matita in mano, accompagniamo loro nella decifrazione degli scarabocchi che noi chiamiamo lettere e numeri, insegniamo loro a usare righelli e compassi, a riassumere in poche parole lunghi testi, a trasformare in poesie i loro sentimenti, a immaginare e descrivere paesaggi che non hanno mai visto, a misurare angoli e trasformare nello spazio figure, a stupirsi per la bellezza dell’universo… e alla fine tutto si riduce a un numero, anch’esso uno scarabocchio, su una scheda.

Allora inventiamoci un modo migliore. Ecco che appaiono gli obiettivi e i livelli di apprendimento.

Ciascuna disciplina è declinata in una ventina di obiettivi (come da indicazioni nazionali); per ciascun obiettivo va espresso un livello, a scelta tra 4 possibili:

Avanzato (il bambino sa fare da sé anche in contesti nuovi);

Intermedio (il bambino sa fare da sé solo in contesti conosciuti);

Base (il bambino sa fare solo in contesti conosciuti e solo se guidato);

In via di prima acquisizione (il bambino non sa fare, ma saprà fare).

Banalizzo, naturalmente, ma a grandi linee ci siamo (per maggiori dettagli vi rimando alle pagine dedicate sul sito del MIUR: https://www.istruzione.it/valutazione-scuola-primaria).

Elenchiamo subito le cose buone che mi vengono in mente, perché, vittima della sindrome di Pollyanna, sono destinata a guardare il lato positivo della situazione, almeno per non passare le mie giornate a lamentarmi e recriminare, modello “si stava meglio quando si stava peggio”.

  • Intanto, come già detto, ci siamo liberati del voto numerico che ci stava un po’ stretto. E questo è già un passo avanti.
  • Se per valutare in matematica un alunno ho a disposizione tra i 20 e i 30 obiettivi su cui basarmi, e per ciascuno devo stabilire un livello, descriverò in maniera molto precisa il mio alunno che magari non ha ancora acquisito pienamente il senso del numero, non è rapido nei conti a mente, non ricorda tutti i passaggi dell’algoritmo della divisione in colonna, e non conosce a memoria le tabelline… ma, di contro, ha una grande dimestichezza con le forme, riconosce similitudini e differenze, usa con destrezza il compasso e il goniometro e ha una capacità di osservazione spaziale della realtà superiore ad altri. Posso dare un indicatore “alto”, come Intermedio o Avanzato, a certi obiettivi, e tenermi più bassa con altri.
  • Questo mi servirà anche, altra cosa molto utile, nel momento in cui programmerò dei lavori individuali di recupero e potenziamento, quando magari somministrerò verifiche differenziate in base al livello, e soprattutto mi auguro che servirà ai professori della scuola secondaria, che leggendo con attenzione una descrizione così dettagliata del mio alunno potranno sottolineare i suoi punti di forza e andare a lavorare con pazienza e precisione dove è più debole.
  • L’altro indubbio vantaggio è che i bambini, trovandosi valutati con delle parole anziché dei numeri, faranno più fatica a fare dei confronti tra loro, magari cadrà un po’ la competitività feroce che contraddistingue certi gruppi, anche perché la scala è più ristretta, quindi molto probabilmente ci saranno meno differenze tra un bambino e l’altro.
  • Stesso discorso si può fare per i genitori, che spesso sono più competitivi dei figli: ho visto piangere bambini per aver preso “solo 8” perché “mamma dice che devo prendere almeno 8 e mezzo” e ho sentito mamme confermare questa posizione e non negare di mettere ansia da prestazione ai propri figli. Ho dovuto giustificare un 9 in pagella, che non era sufficiente perché il compagno aveva preso 10. Ecco, con questo nuovo sistema sfido chiunque a venire a lamentarsi alla fine dell’anno.

Eppure…

Eppure non è solo la mole di lavoro immane che mi spaventa in questo momento e che mi fa storcere il naso davanti a questa nuova situazione che dovrò affrontare tra quindici giorni, durante gli scrutini del primo quadrimestre.

Questi obiettivi che siamo chiamati a valutare descrivono in maniera parziale una realtà che per sua natura è molto più complessa e articolata, e rischiano di non restituirne un’immagine autentica. Per una valutazione realistica e corretta occorrerebbero un numero estremamente elevato di obiettivi da valutare. Ma questo è praticamente impossibile.

Scegliere solo alcuni obiettivi da valutare è come costruire un’immagine con tessere di un mosaico: più sono piccole le tessere (più sono numerosi e raffinati gli obiettivi), più la realtà è rappresentata in maniera dettagliata, ma se le tessere sono grandi (si valutano pochi obiettivi per praticità, o addirittura si uniscono in grandi nuclei tematici) l’immagine risulta sgranata e soprattutto la mancanza di alcune tessere può far perdere dei dettagli fondamentali per la comprensione del mosaico completo. Invece un insegnante è come se avesse un numero quasi infinito di tessere che ha messo insieme attraverso una relazione educativa quotidiana, un’interazione tra le sue proposte didattiche e la risposta e crescita dell’allievo e quindi sa collocarle nel modo giusto, restituendo un’immagine sintetica del punto in cui ora l’allievo si trova, un’immagine più appropriata rispetto a quella che si otterrebbe con poche grossolane tessere.

Il voto complessivo e numerico è dato da insegnanti che vedono il bambino e ne seguono i progressi nel tempo, tenendo conto di tantissime cose che non sono facilmente riducibili a un insieme limitato di obiettivi, ma che tutte assieme concorrono a formare il voto. La mente umana ha capacità di sintesi, e il voto numerico è questo! Il giudizio esperto dell’insegnante è più aderente alla realtà complessa del bambino: è sicuramente più difficile da inquadrare e catalogare, ma il fatto che sia difficile spiegarlo non lo rende meno vero e nemmeno meno giusto.

La valutazione infatti, non si è mai servita solo dei voti: questi sono uno strumento che, nelle valutazioni in itinere (interrogazioni e compiti in classe), serve a valutare il lavoro svolto dall’alunno sul singolo argomento oggetto di verifica, mentre nelle valutazioni sommative (scrutini) aiutano a definire il rapporto tra il conseguimento degli obiettivi di fine periodo e il percorso svolto dall’alunno durante l’anno scolastico. Oltre a questo e insieme a questo c’è la valutazione continua, che è intrinseca alla quotidianità del rapporto didattico.

Per questo la valutazione è sempre stata un gesto ordinario, ossia uno sguardo continuo e complessivo sull’alunno, essenza stessa del fare scuola, in cui il docente utilizza la propria professionalità e la propria umanità per dare valore all’individuo.

Arrivo – seppur faticosamente – al punto.

Cosa intendiamo per valutare? Valutare è dare valore.

Ma il voto lo prende il compito, non il bambino. Il bambino non vale 6, 8 o 10, è il suo compito che ha quel valore. Il valore del bambino, di qualunque bambino, è sempre e comunque un altro. Spezzettare il voto in cinquanta indicatori di livello mescola le carte, crea confusione, quella confusione necessaria per distogliere l’attenzione dal fatto che in alcuni ambiti i bambini non sono (o non sono ancora competenti).

Perché?

Perché se il bambino non è competente la colpa è della scuola e dell’insegnante che non è riuscito a renderlo tale?

Perché se il bambino non è competente vuol dire che “non ci arriva”?

E se pure non ci arrivasse? Quel bambino varrebbe di meno?

Qui sta il punto.

Il valore di un bambino, di una persona, non si misura guardando la sua pagella.

Il valore di un bambino, come di qualsiasi persona è infinito, non misurabile, non quantificabile. E resta tale anche se prende una serie di 4, anche se dovesse essere bocciato, anche se non potrà nemmeno imparare a scrivere o a tenere in mano una penna.

Ritengo che per valutare la complessità e la ricchezza del percorso di apprendimento di un bambino sia necessario uno strumento parimenti complesso: con queste caratteristiche l’unico strumento che esiste è la mente dell’insegnante. Il nuovo modo di valutare, però, mi sembra che ingabbi proprio la mente dell’insegnante in rigidi binari: la concentra su un ristretto numero di obiettivi, rischiando di influire negativamente sulla didattica. Se gli obiettivi che devo valutare sono quelli “indicati”, che cosa ti spiego/insegno a fare il resto? Se sono chiamata a valutare in base a “determinati” obiettivi, rischierò di insegnare puntando solo su “questi” obiettivi e ciò che non è oggetto di valutazione col tempo tenderò a trascurarlo.

Valutare per obiettivi è valutare in modo digitale, mentre valutare con i voti – un voto unico per ogni materia – è valutare in modo analogico. Chi dice che il metodo digitale (che riduce la realtà complessa del bambino a un numero limitato di voci) sia più corretto?

Mi sembra che un tentativo di questa riforma sia: “togliamo il singolo voto numerico perché uno solo non è sufficiente per mettere a fuoco tutto, per fare una radiografia del mio alunno e poi emettere una sentenza di valutazione oggettiva, non sporcata dal soggetto che valuta”.

In sintesi, credo che c’entri ancora una volta la mancanza di fiducia nell’uomo della società contemporanea: si deve rendere conto di ogni cosa fatta, del voto dato e del percorso oggettivo e riproducibile che ha portato a tale voto, in maniera tale che l’insegnante quasi non serve più, perché chiunque deve essere in grado di riprodurre la stessa forma di valutazione.

Per quanto stretti, i voti numerici non erano un problema. Se è chiaro questo, allora mi chiedo: è proprio un cambiamento del sistema di valutazione quello di cui la scuola primaria aveva bisogno in questo momento?