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Questa settimana pubblichiamo il contributo di una docente di scuola primaria che ha voluto restare anonima: la ringraziamo perché ha voluto condividere con noi e con voi questa bellissima riflessione nata a partire da una sua recente esperienza. Buona lettura!

Ernesto (nome inventato, naturalmente) è un bambino di seconda elementare. È un alunno brillante, uno di quelli che tengono sempre la mano alzata, e che sanno tutte le risposte, è sicuramente molto seguito a casa, gli piace imparare cose nuove e gli riesce “facile” praticamente tutto.

L’altro giorno Ernesto stava per battermi in una partita di scacchi. Io non sono una giocatrice, mi limito a sapere come si muovono i pezzi, lui ha imparato a giocare in classe, dopo che noi maestre abbiamo procurato una scacchiera per intrattenere i bambini durante le ricreazioni piovose, quando non si può andare in cortile. Nessun compagno riesce a battere Ernesto, così mi ha chiesto di fare una partita.

Siamo stati quasi un’ora davanti alla scacchiera, dalla quale pian piano abbiamo eliminato uno a uno i pezzi. Siamo rimasti entrambi con il re e una manciata di pedoni, io ho preservato la regina. Ci sono stati momenti, durante la partita, in cui i suoi pezzi erano piazzati talmente bene da costringermi a muovere avanti e indietro la regina in maniera totalmente improduttiva, perché qualsiasi altro movimento mi avrebbe fatto sacrificare un pezzo.

Da Ernesto ho imparato (ma non sono certa di saper applicare questa conoscenza a mia volta) che il cavallo non si porta in giro per la scacchiera, malgrado il suo movimento sia di grande effetto e dia molta soddisfazione, ma è un pezzo di difesa. Ho imparato che si possono difendere i propri pezzi importanti con dei pedoni, i quali non stanno lì solo a impicciare i movimenti dei “pezzi seri”, come avevo finora pensato.

Anche con una regina ho avuto le mie difficoltà per fargli scacco matto. Ora vuole la rivincita. Credo che mi darò malata per un po’!

Ho raccontato questo episodio perché è un po’ particolare, e descrive bene le capacità di Ernesto: credo che questo bambino non solo sia molto in gamba e intuitivo, ma è anche in grado di riflettere su quello che sa e che impara, di rielaborarlo e di applicarlo in situazioni nuove. Accidenti, ho in classe un bambino competente!

Nello stesso pomeriggio della partita a scacchi ho iniziato a utilizzare un libro acquistato in previsione dei test Invalsi che faremo a maggio di quest’anno. Non era mia intenzione farlo comprare, ma mi sono uniformata alle decisioni delle mie colleghe di interclasse e anche ai desideri delle famiglie, e poi un libro in più per fare esercizi non fa mai male. Inoltre la difficoltà maggiore che incontriamo tutte noi insegnanti in questo momento è che i bambini sembrano non capire quello che leggono: una consegna scritta crea loro molte difficoltà, la stessa consegna letta dall’insegnante non sembra dare problemi.

Sono partita dalla prima prova, che è addirittura facilitata, cioè possiede dei riquadri azzurri in cui, accanto ai vari esercizi, sono forniti dei suggerimenti per lo svolgimento degli stessi.

Nella foto uno dei problemi affrontati:

Luca ha 16 anni, il doppio degli anni di Ivan. Quanti sono gli anni di Ivan?

Tre le possibili risposte: 16, 32, 8.

Metto le mani avanti dicendo che avevamo appena accennato al concetto di “doppio”, e nel farlo sono caduta dalle nuvole perché mi sono accorta che il lessico dei bambini di oggi è molto povero, avevo dato per scontato che sapessero cosa vuol dire “doppio”. E invece no.

Comunque, la maggior parte dei bambini della classe ha segnato come risposta il 32, quindi ha completamente frainteso il senso del problema.

Ernesto invece, dal quale mi sarei aspettata la risposta corretta, è venuto accanto alla mia sedia quasi in lacrime, mostrandomi il libro sul quale non aveva fatto alcun segno.

Gli dico: “Ma come, qual è la risposta giusta? Luca ha 16 anni, e Ivan…?”

E lui, lasciandomi, come spesso succede, senza parole, esclama: “Ma che ne so, ma chi sono ‘sti due?!?!”

È dallo scorso anno – quando ho affrontato la classe prima – che cerco di riflettere su come insegnare ai miei alunni a risolvere i problemi. Durante la mia precedente esperienza ho spesso assistito a scene in cui i bambini, dopo aver copiato il testo, chiedevano alla maestra (anche a me): “Maestra, è col più?” cercando di farsi indicare l’operazione da eseguire per incastrare tra loro i dati e ottenere una risposta. Anche molte colleghe con cui mi sono confrontata condividono questa difficoltà, come se ai bambini non interessasse veramente risolvere il problema, ma semplicemente dare una qualsiasi risposta (anche non plausibile) scegliendo a caso una delle operazioni che conoscono.

Dall’anno scorso, quindi, ho cercato di lavorare sul testo del problema facendolo costruire ai bambini stessi, per capire in quale modo ragionassero. Ho scoperto, confermando quello che avevo letto in vari libri, che il bambino deve potersi immedesimare nel racconto per riuscire a risolvere il problema, che il testo deve essere articolato e dare dettagli che stimolano empatia nel bambino. Inoltre il bambino deve essere coinvolto emotivamente alla ricerca della soluzione, e la soluzione deve costituire una sfida per lui.

Ernesto è un bambino che si mette sempre in gioco, che si interessa a tutto, che accoglie come sfida qualsiasi proposta dell’insegnante. Ma Luca e Ivan non gli sono proprio andati giù.

“Chi sono ‘sti due?” è stata una domanda chiave, per me.

Istantaneamente ho disegnato due pupazzetti sul suo libro, ho scritto una L sotto il primo e una I sotto il secondo e gli ho chiesto: “Chi dei due è il più grande?”. Ernesto ha subito risposto : “Luca!”.

“E allora quanti anni ha Ivan?” Ho proseguito.

“8” non ha esitato lui.

Questa esperienza mi ha spinto a pormi alcune domande: innanzitutto se un bambino come Ernesto non è capace di risolverli, per chi sono stati fatti i test che sottoponiamo ai bambini, e cosa vogliono andare a verificare?

Non sarà che il loro modo di formulare le domande è molto lontano dalla logica dei bambini? E anche che il linguaggio che usano è loro estraneo?

Se invece questo tipo di linguaggio è funzionale a verificare la capacità di riflessione da parte dei bambini, perché, allora, nei sussidi scolastici di uso quotidiano si tende a semplificare al massimo il linguaggio, e si cerca di guidare i ragionamenti?

E non serve arrivare alle domande “trabocchetto”, che pure talvolta si incontrano (ad esempio, quelle in cui si chiede il contrario di quello che sembrerebbe logico chiedere), per vedere se il bambino legge bene tutte le parole delle consegne e le sa interpretare, basta fermarsi a problemi più semplici, che però evidentemente sono posti in un modo che non è intuitivo per loro.

Allora perché le domande non sono a misura dei bambini?

Senza voler scatenare una polemica in merito, ci sono molte ricerche – confermate sul campo! – su come proporre le questioni ai bambini della scuola primaria, sfruttando la loro personale esperienza, l’immedesimazione (mimesis) e la fantasia: forse bisognerebbe tenerne conto per non rischiare di creare un grosso divario tra ciò che si dà ai bambini e ciò che si chiede loro indietro, per non far finire in due universi separati l’insegnamento e la valutazione.

Buona avventura matematica a tutti!