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“The demand that I make of my reader is that he should devote his whole life to reading my works.”

(“La richiesta che faccio al mio lettore è che dedichi la sua intera vita a leggere le mie opere”)

James Joyce

Oggi ricorre l’anniversario degli 80 anni dalla morte (13 gennaio 1941) del celebre scrittore James Joyce.

James Joyce si è sbarazzato del convenzionalismo del romanzo tardo vittoriano per affrontare una nuova dimensione della narrazione: l’analisi più spontanea dell’animo umano. Grazie al suo genio si è perfezionata la tecnica del monologo interiore, il dialogo interno dell’essere umano, quel flusso di coscienza (termine coniato dal filosofo americano William James) che ha dato vita a personaggi e romanzi che hanno lasciato il segno nella letteratura moderna per quella profondità di introspezione che scaturisce dal libero fluire del pensiero. Mr. Bloom, Gabriel Conroy, Eveline Hill sono solo alcuni dei personaggi che in letteratura sono diventati il simbolo di una tecnica narrativa che utilizza diversi punti di vista a seconda del personaggio rappresentato.

Perché leggere Joyce? Certamente il mondo in cui vive la società contemporanea è molto diverso da quello in cui vivono i personaggi raccontati da Joyce, ma, leggendo anche solo poche pagine di Gente di Dublino appare evidente che l’immobilismo che permea tutti i personaggi joyciani è lo stesso che possiamo avere anche noi stessi, quando non riusciamo a liberarci dalle convenzioni, dalle paure, dal giudizio degli altri.  Quelle che l’autore definisce “paralisi” sono le stesse immobilità che ci fermano davanti ad un cambiamento: riconoscerle in Eveline, protagonista del racconto omonimo, ci rende più chiaro che spesso si rinuncia a qualcosa di importante, alla propria felicità personale, per la paura di affrontare l’ignoto, e si resta a guardare immobili dalla finestra una vita che non ci appartiene, ma che desidereremmo tanto vivere. Le “paralisi” (sia fisiche sia mentali) e le “epifanie” dei suoi personaggi danno un taglio introspettivo importante all’analisi dell’animo umano, sempre diviso tra il dovere e il volere, tra il coraggio di affrontare nuove sfide e la paura dell’ignoto, tra il velo strappato dagli occhi e il riconoscimento dell’io, tra l’incapacità di ribellarsi al conformismo e l’insofferenza e l’inutilità di una vita vissuta senza grandi slanci.

Non si può parlare di Joyce senza menzionare il suo amore e odio per la città di Dublino, raccontata e “dipinta” nelle storie di Gente di Dublino, ma non solo, in cui i personaggi si muovono lungo le strade della città e ci parlano, tra le altre cose, di luoghi, pub, chiese, negozi, case private. Dal negozio Tessuti di via Gran Bretagna, alla casa in North Richmond Road e al bazar Arabia, passando per la stazione di Westland Row (oggi Pearse) o quella di North Wall, facendo un salto al Bar Ristoro, è sicuramente interessante ritrovare, con un po’ di sforzo e piantina alla mano, tutti o quasi i luoghi ricordati nei racconti. Dublino è stata descritta in maniera talmente minuziosa che, se un giorno fosse improvvisamente scomparsa, avrebbe potuto essere perfettamente ricostruita dai suoi libri, come spiegò lo stesso Joyce.

Un rapporto ambiguo, quello di Joyce nei confronti della sua città, che si manifestò sin dai tempi degli studi universitari, quando cominciò a ribellarsi alle restrizioni morali e politiche dell’Irlanda che considerava un ostacolo alla sua crescita artistica e che lo spinsero a lasciare la città. In realtà la sua insofferenza, la sua denuncia contro quella che definiva come il “simbolo della paralisi” per l’incapacità della sua gente di cambiare il corso delle cose (politicamente e non), la ritroviamo anche nel Ritratto dell’Artista da Giovane, dove uno Stephen Dedalus (considerato dalla maggior parte dei critici letterari l’alter ego di Joyce) lascia il suo Paese (l’Irlanda, ovviamente), ribellandosi contro convenzioni, famiglia e religione in cui non si rispecchiava affatto (anche qui, la scelta del nome non è casuale, in un mix tra sacro e profano: Stephen è il nome del primo martire, Dedalo è l’eroe mitologico).

Il 16 giugno 1904, la data del suo incontro con quella che poi sarebbe diventata sua moglie (Nora Barnacle), è diventato il “Bloomsday”, giorno che viene celebrato a Dublino e in altre parti del mondo per commemorare lo scrittore e anche il giorno in cui viene ambientato l’Ulisse. La coppia si è poi trasferita a Trieste, dove importante è stata l’amicizia con Italo Svevo, di cui Joyce invidiava il rigore metodico e la disciplina intellettuale (di contro, Svevo guardava con bramosia alla libertà interiore bohemiénne del collega irlandese).

Parigi, Zurigo, Trieste sono solo passaggi momentanei perché il luogo dove tenderà per tutta la vita è sempre Dublino, con tutte le sue incoerenze e la sua passività.

Se non avete letto ancora nulla di Joyce, suggerirei di iniziare con Gente di Dublino, racconti scollegati tra loro, ma che portano all’epifania finale de I morti, in cui si manifesta la profonda riflessione sul senso della vita, posta seguendo la contrapposizione tra vita e morte e il ricordo in vita di coloro che sono morti. Proseguendo con il Ritratto dell’artista da giovane si entra nel vivo del pensiero joyciano e le sue infinite battaglie contro l’immobilismo intellettuale, politico ed economico dell’Irlanda della sua epoca. E se proprio volete  vivere l’avventura completa, terminate affrontando la lettura dell’Ulisse, opera complessa nella forma e nel contenuto che rimanda alla complessità del pensiero umano: il suo climax viene raggiunto nel monologo di Molly Bloom, caratterizzato dalla totale assenza di punteggiatura per meglio rendere lo spontaneo fluire dei pensieri.

Dunque un Joyce ancora attuale a 80 anni dalla sua morte e poi, in periodi come quello particolare che stiamo vivendo, la lettura dei grandi classici del Modernismo può costituire conforto e spunto di riflessione.